Palazzo della Vicaria
Tre secoli di storia carceraria a Trapani
Il Palazzo della Vicaria, nel centro storico di Trapani, fu adibito a carcere giudiziario dal 1655 al 1965 ed è caratterizzato da quattro monumentali telamoni sulla facciata.
Informazioni principali
Tipologia:
Comune:
Palazzo, Former prison
Area:
Centro storico
Il Palazzo della Vicaria, noto anche come ex Carcere San Francesco, si trova in via San Francesco d'Assisi, nel centro storico di Trapani. Il complesso si sviluppò a partire da diversi immobili preesistenti e fu adibito a carcere nel 1655, dando inizio a oltre tre secoli di attività come uno dei principali luoghi di detenzione della città.
L'immobile era legato ai frati agostiniani, che ne acquisirono la proprietà alla fine del Seicento. Nel corso dell'Ottocento il carcere fu oggetto di importanti interventi di ricostruzione e ampliamento, tradizionalmente attribuiti a un architetto di nome La Bruna, la cui identità rimane incerta. L'elemento architettonico più caratteristico è costituito dai quattro monumentali telamoni della facciata, figure maschili scolpite che sembrano sostenere gli elementi architettonici sovrastanti l'ingresso principale. L'edificio presenta inoltre un cortile interno, attorno al quale erano distribuiti gli ambienti destinati ai detenuti e ai servizi.
La Vicaria rimase in funzione fino al 1965, quando i detenuti furono trasferiti nel nuovo carcere di San Giuliano, nella zona di Casa Santa, nel territorio comunale di Erice. La nuova struttura sostitu ì anche il carcere del Castello della Colombaia.
Dopo la chiusura, l'edificio fu destinato ad attività culturali. Dal 2009 ospitò le esposizioni della Salerniana, associazione d'arte contemporanea precedentemente ospitata nella Chiesa di San Carlo a Erice. L'associazione lasciò il palazzo nel 2022 e, da allora, la gestione dell'immobile è stata oggetto di diversi cambiamenti.

Foto: Stefano Ravera, Alamy
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Origini e sviluppo architettonico
La Vicaria sorse in un'area densamente edificata di Trapani, nei pressi dell'antico fronte portuale. Il sito comprendeva originariamente abitazioni, botteghe, magazzini e giardini, progressivamente incorporati nel complesso carcerario.
Nel 1647 Ottavio e Michela Bosco istituirono una rendita a favore dei frati agostiniani. Nel 1655 i loro eredi concessero l'immobile in affitto per destinarlo a carcere, mentre nel 1699 la proprietà passò agli agostiniani.
La storia dell'edificio riflette anche le trasformazioni dell'assetto urbano circostante. Alle spalle del complesso si trovava un tempo la Porta di Sant'Antonio di lu portu, un accesso al porto collegato da una scalinata nota come Tumminilla. Entrambe le strutture sono oggi scomparse.
Nel corso dell'Ottocento il carcere subì importanti trasformazioni, con l'incorporazione di immobili confinanti e la riorganizzazione degli spazi interni. Gli interventi avviati intorno al 1820 sono tradizionalmente attribuiti a un architetto di nome La Bruna, la cui identità e il cui effettivo contributo al progetto non sono stati accertati.
La facciata su via San Francesco d'Assisi è caratterizzata da quattro grandi telamoni realizzati in tufo rivestito di stucco. Sebbene presenti una composizione architettonica relativamente unitaria, la datazione delle sculture non è stata stabilita con certezza.
La vita all'interno della Vicaria
La storia delle carceri trapanesi ricostruita da Giuseppe Romano offre una descrizione dettagliata dell'organizzazione interna della Vicaria e delle condizioni di vita dei detenuti.
Dopo la ricostruzione ottocentesca, il piano terra ospitava gli uffici giudiziari, gli ambienti destinati alle guardie e i depositi. Il primo piano era riservato alle donne e ai minori, mentre il secondo accoglieva i detenuti uomini. Un cortile interno di circa 200 metri quadrati permetteva ai reclusi di trascorrere del tempo all'aperto.
Le celle erano spesso sovraffollate e scarsamente attrezzate. I detenuti dormivano su piattaforme rialzate in muratura, ricoperte di paglia, mentre i pavimenti in pietra o mattoni erano progettati per impedire eventuali fughe attraverso cunicoli scavati nel terreno. I dormitori comuni portavano nomi di santi, tra cui Sant'Alberto e San Francesco.
Nel corso del Novecento le condizioni cambiarono gradualmente. Nel 1958 alcuni detenuti erano impiegati in attività di falegnameria, sartoria, calzoleria e costruzione di modellini navali. Erano inoltre previste lezioni elementari per le detenute e il carcere disponeva di una biblioteca.
La Vicaria lasciò una traccia anche nel linguaggio popolare. Nel dialetto trapanese, il termine vicarioto, derivato da Vicaria, assunse il significato di delinquente o persona poco raccomandabile. Poteva essere utilizzato anche in tono scherzoso o affettuoso per indicare un bambino particolarmente vivace o birichino, a testimonianza di quanto il carcere fosse entrato nell'immaginario quotidiano della città.
Dal carcere all'arte contemporanea
Dopo la chiusura del carcere, la Vicaria divenne progressivamente una sede per attività culturali e mostre d'arte contemporanea.
Nel dicembre 2009 l'associazione La Salerniana inaugurò la propria nuova sede nel palazzo con la mostra Take the Space, curata da Patrizia Ferri sotto la direzione artistica di Michele Cossyro.
La Salerniana aveva precedentemente avuto sede nella Chiesa di San Carlo a Erice, dove aveva sviluppato una collezione di arte moderna e contemporanea. Il trasferimento alla Vicaria portò la collezione nel centro storico di Trapani.
La collezione comprendeva oltre 160 opere d'arte moderna e contemporanea, databili dagli anni Cinquanta in poi e raccolte in gran parte grazie alle donazioni degli stessi artisti. Includeva opere di importanti esponenti dell'arte italiana del dopoguerra, tra cui Carla Accardi, nata a Trapani, lo scultore Pietro Consagra, Antonio Sanfilippo, Giorgio Griffa e Fabio Mauri. Sviluppatasi nel corso di diversi decenni sotto la direzione artistica di Michele Cossyro, la collezione testimoniava i legami della Salerniana con il più ampio panorama dell'arte contemporanea italiana.
L'associazione rimase nel palazzo fino al 2022, quando fu costretta a lasciare gli spazi in seguito a cambiamenti nella gestione dell'immobile. Da allora, la collezione è rimasta priva di una sede espositiva permanente.
L'edificio ha continuato a essere associato a iniziative culturali e formative, sebbene la sua destinazione attuale e le prospettive future rimangano incerte.
Fonti e ulteriori letture
La storia del Palazzo della Vicaria è documentata attraverso studi architettonici, ricerche di storia locale e pubblicazioni dedicate al sistema carcerario trapanese. Nel loro insieme, queste fonti ricostruiscono l'evoluzione dell'edificio, i suoi tre secoli di attività come carcere e la successiva destinazione a usi culturali.